C’era una volta il filo a piombo

“C’erano una volta venticinque […] fratelli”1, tutti uguali. Tenevano “il fucile in mano e lo sguardo fisso in avanti, nella bella uniforme rossa e blu”1 a emblema del lavoro sociale cui l’aplomb li richiamava. Nel racconto ottocentesco di Hans Christian Andersen, i soldatini, perfettamente ordinati e rigidamente disposti, “si assomigliavano in ogni particolare, solo l’ultimo”1 – ovvero il nuovo arrivato – “era un po’ diverso: aveva una gamba sola”1.
Proprio a codesto particolare fratello, zoppo, imperfetto e vacillante, ma teso a quell’amore sublime che assume forma di principessa turchina di carta splendente, sarà riservata, nella fiaba iniziatica, una “strana sorte”1… inevitabile: quella di caduta libera, simbolicamente preannunciata dalla sua stessa materia di forgiatura, di fatto, plumbea.
Aspramente criticato da Kierkegaard per la sua mancanza di capacità di visione del mondo – profano, val la pena di aggiungere – l’indigente scrittore danese, figlio di una vedova, si improvviserà autore di un genere di fiabe definite “piccanti”, in quanto non scritte per intrattenere un pubblico infantile, ma per celare misteriosi insegnamenti che, nel “tenace soldatino”1, assumono la parodia di quella via iniziatica del piombo che, fin dai più remoti testi antichi, condanna l’uomo alla discesa oltre l’Acheronte.
Presente in tutte le Ere dei Metalli, la storia del piombo procede, difatti, di pari passo con la storia della civiltà. Conosciuto già in Anatolia nel 6500 a. C.; usato dagli antichi egizi; citato nel 1400 a. C. nel Libro dell’Esodo; a partire dal 500 a. C. si diffonde velocemente in Grecia, Mesopotamia e nell’Impero Romano, assumendo i più disparati impieghi grazie alla facile plasmabilità e al basso punto di fusione, che lo rendono un materiale incredibilmente tenero, malleabile, potenzialmente di colore bianco azzurrognolo, che, però, se esposto all’aria – ovvero chiamato in vita – assume il tipico tono tenebroso, da cui il nome.
Tuttavia, dal punto di vista applicativo, ciò che rende codesto prezioso materiale costante in tutte le varie epoche storiche, è il suo impiego tecnico-scientifico – pressoché invariato fin dall’antichità – in campo edile-architettonico come filo a piombo, regolo di base, strumento di rilievo diretto della dimensione normale che, nel suo essere pesante delatore di ogni minimo sbilanciamento strutturale, esige sempre un perfetto equilibrio statuario verticale, come ben dimostra il David, nel quale, se lo strumento viene posto al centro del capo della statua, il filo, passando per l’ombelico, scende direttamente sul piede di appoggio, ove Michelangelo Buonarroti stabilisce, con forza, l’intera la struttura.
Ed è proprio in quella miracolosa caduta perfettamente lineare del piombino, sempre rigorosamente ortogonale alla superficie equipotenziale del campo gravitazionale, che, incurante del baricentro terreste, lo strumento di verifica si pone a squadra con la legge – nel caso scientifico – di gravitazione (G) universale.
Codesta qualità, fa sì che negli antichi Testi Sacri l’utensile sia assunto come simbolo di rettitudine morale assoluta, mai individuale, tant’è che spesso viene posto in mano del divino, o del giudice profeta che ne fa le vece, per indicare all’uomo che la salvezza esige la tenace volontà di misurarsi con l’archipendolo del silenzio, il cui piombino indica vettorialmente la via del V.I.T.R.I.O.L. Una via di connessione verticale cielo-terra che, lungi dall’essere percorribile con rovinose arrampicate, quali è immagine l’arrogante Torre di Babele, è agibile solo con la discesa infernale, poiché all’uomo non è mai dato di elevarsi al Sacro, se non per assunzione.
Emblematico, a codesto proposito, appare il testo scritto oltre cinquecento anni prima di Cristo, nell’undicesimo libro del Tre Asar della Tanàkh, ove viene riportata la profetica visione del “Signore [con] in mano un filo a piombo [che cala] in mezzo al popolo”2 per misurarlo, affinché nessuno sia più risparmiato dalla corruzione… o, forse, dalla correzione. Nessun uomo tra quelle genti poteva, infatti, mancare di rettitudine, poiché essi, secondo la profezia di Aggeo, avrebbero dovuto ergere le mura del nuovo Tempio sotto la guida di Zorbabele, a cui sarà affidato il più antico strumento edile a sorveglianza dei lavori.
Solo una volta ultimate le mura dell’edificio in perfetta verticalità, a ricompensa dello zelo degli operai, la profezia annuncia che “i sette occhi […] dell’Eterno che percorrono tutta la terra”2 potranno finalmente “rallegrarsi”2 nella speranza – e non nell’avvento! – di una nuova era.
Per la speranza, quindi, si cala il filo a piombo. Non per altro. E proprio a questa saggezza del Tanàkh, oltre mille anni dopo, farà da cassa di risonanza anche Il Mercante di Venezia, ove il candidato, posto innanzi all’enigmatica scelta fra tre scatole, delle quali le prime d’oro e d’argento, potrà scoprire il volto dell’Amore proprio in quello scrigno di “vil piombo”3 con inciso, a monito, che colui che lo sceglierà “sarà obbligato a dare ed arrischiare tutto quel che ha”3 nell’auspicio che gioia venga. Ancora a rimarcare l’antico insegnamento che sempre e solo speranza, mai promesse, reca il piombo.
Questa è, infatti, la via della fede, non ceca, ma razionalmente folle, poiché audace e autentico salto nel buio che, nell’azzardo cosciente e consapevole, conduce a nozze il mercante tratto da Ser Giovanni Fiorentino, non diversamente dal soldatino di Andersen che, rinunciando all’amor proprio, viene iniziato, nella fiaba, grazie alla profezia corvina di un Troll fuligginoso che annuncia la condanna, come impiccato delle carte, a cadere rigorosamente a testa in giù.
Un destino, quello del piombo, noto anche ai Signori della Materia dalla notte dei tempi sino ai giorni d’oggi. Assunto a simbolo di speranza nell’avvento dell’utopica epoca aurea, l’antico sogno alchimista di trasmutazione del metallo, non appare insensato nemmeno agli occhi degli scienziati di oggi, consapevoli – almeno dalla catalogazione del chimico russo di Dmitrij Ivanovič Mendelev in poi – che il cosiddetto plumbum-82 si trova fisicamente a soli tre passi di distanza dall’oro, poiché, con tre protoni in meno, il lugubre metallo di transizione sarebbe effettivamente aureo.
Elemento pesante, non grave, in quanto caratterizzato da quel peso vero, proprio e intrinseco della massa nucleare che, con la tracotanza propria della forza nucleare forte, è capace di legare 82 protoni a 122 neutroni e più, per la sua alta densità, il piombo tende naturalmente a convergere verso il centro del pianeta, tant’è che si può trovare nella crosta terrestre quasi esclusivamente legato ad elementi più leggeri (zinco, argento o rame) e, sovente, per essere estratto, richiede lo scavo in miniere che, per l’oscurità propria del materiale, assumono la forma di autentici pozzi iniziatici.
Tutt’oggi si trovano ancora colossali cave carsiche, ove un ingresso titanico accoglie il recipiendario nel vestibolo arcato di petrosi e sdrucciolevoli macigni. Da codesto varco, se il postulante è “saldo sulle gambe e coraggioso in cuore, [può] arrischia[rsi] di procedere oltre, [laddove] l’accesso è assai incomodo e pericoloso, dovendosi ascendere […] per un’angusta scala scavata dalla natura nel greppo, di qualità saponacea, senza alcuna sbarra che difenda il salto”4 … lungi dall’essere una promessa, il Buco del Piombo è una minaccia, ancora una volta analoga – e decisamente più incisiva! – ai noti moniti iniziatici.
Questi antri sono miniere senz’oro, luoghi tetri con “pareti scoscese di un bigio ferruginoso, ove cessa ogni vegetazione e manca il più debole raggio di lume”4 poiché anche le fiaccole dell’audace che ardisce procedere, via via che le grotte si stringono, si spengono, avvertendo il viaggiatore che la morte è certa per chi osa oltrepassare il varco. È qui che, quindi, ancora oggi5 il postulante si ricovera per rogare l’atto testamentario.
Senza cielo e senza fiato, al buio e in silenziosa solitudine, il recipiendario si spoglia, così, del mondano – mondandosi, appunto – nell’acqua fetale che, nelle grotte, gocciola dalle pareti, formando rivoli convergenti in oscure fosse, analoghe alle fognature cittadine nelle quali sprofonda, rovesciato, il soldatino della fiaba danese… e, ovviamente, in questi abissi tetri, il giocattolo – parimenti al burattino di Lorenzini – non può che essere inghiottito da un pesce, divenuto perfetto gabinetto di riflessione nel panorama simbolico-letterario dal Libro di Giona in poi.
Per il giovane Andersen, fermamente convinto che la perfezione è propria, non delle vicende che si vivono, ma solo di quelle che si raccontano poiché simboliche espressioni di vie evolutive universali, il personaggio della fiaba, nel suo essere intrinsecamente filo a piombo, incarna idealmente il V.I.T.R.I.O.L. lungo tutto quel percorso romanzesco che, dalla folata d’aria iniziale, getta l’iniziato nell’acqua del pozzo fognario, per concludersi, infine, nel fuoco dell’ardente caminetto, purificandosi nel tentativo di spogliarsi di quei tre – ma simbolicamente infiniti – elementi di corruttibilità che impediscono la trasmutazione in oro.
Il soldatino, racconta l’autore, “vide una luce abbagliante e sentì un gran calore, insopportabile. Non sapeva se era proprio la fiamma del fuoco o quella dell’amore”1, ciò che è certo, è che il plumbeo suo colore era ormai sbiadito, quando “si sentì sciogliere”1 nel cuore della platonica Anima Mundi, ovvero in quel crogiolo ove il piombo finalmente muore nella speranza di un mondo migliore… almeno per chi sa ancora leggere le fiabe.

Bibliografia:

  1. H. C. Andersen, Il soldatino di piombo, http://www.liber-rebil.it/wp-content/uploads/2011/09/Andersen-fiabe.pdf
  2. Am. 7, 8 e Zc 4, 9-10.
  3. W. Shakespeare, Il Mercante di Venezia, http://www.liberliber.it/mediateca/libri/s/shakespeare/il_mercante_di_venezia/pdf/il_mer_p.pdf
  4. P. F., Tre giorni di peregrinazione nel piano d’erba e nei paesi circonvicini, Milano per Giuseppe Crespi, MDCCCXL.
  5. Op. cit., rif. all’atto testamentario redatto nel 1506 dal nobile milite Guelfo Pallavicini nello scavo dall’Alpe Turati.
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