Il professore dell’infinito

di Valeria Vasi

Giuseppe Barilli all’età di 25 anni scelse per sé lo pseudonimo Filopanti, un nome che voleva essere il manifesto programmatico della sua vita: Filopanti significa colui che ama tutti, per manifestare il suo credo, l’amore universale; assunse in seguito il nome Quirico in onore della grandezza di Roma, la Roma antica e repubblicana, non la Città papalina di cui era nato suddito.
Era infatti nato a Budrio, presso Bologna, nel 1812, in una famiglia modesta; era sveglio e intelligente, tanto che il parroco sollecitò il consiglio parrocchiale e il consiglio della Partecipanza (organismo che amministrava le terre comuni) a favorire la prosecuzione degli studi, permettendogli di frequentare dapprima la scuola di latinità a Budrio e poi l’università a Bologna dove, dopo aver inizialmente seguito i corsi di teologia, decise di proseguire gli studi laureandosi in Matematica e Filosofia nel 1834.
Giuseppe era però veramente geniale nel campo della matematica e quindi il Comune di Budrio decise di sostenere le spese per seguire gli studi universitari, fatto mai avvenuto in precedenza, fino al conseguimento della laurea in Ingegneria.
Il suo ingegno inesausto si applicò alla realizzazione pratica di varie sue intuizioni: dall’invenzione di un idrometro (con il quale sperava di acquistare meriti e commesse presso il consiglio di Partecipanza) allo studio di un dispositivo da lui chiamato Paltelata, utile per limitare le rotte dei canali, dimostratosi purtroppo inefficace per i fiumi, come si vide nella rotta del Po a Guarda Ferrarese, fino all’ideazione di spiedi meccanici per alleviare la fatica delle massaie. Di Filopanti e dei suoi congegni si parla nel Mulino del Po, dove Bacchelli si dilunga con simpatia sulla figura di questo originalissimo genio.

L’amore universale professato da Filopanti si estrinseca con una sua costante tensione verso l’istruzione popolare: accanto alle sue pubblicazioni di natura tecnica sono ricordati i numerosi scritti volti a sollecitare l’interesse delle persone colte, della classe dirigente, verso l’istruzione dei popolani. Nel 1835 pronunciò un discorso in occasione della premiazione degli studenti della scuola di Budrio, Dell’influenza delle arti e delle scienze sulla civiltà e di questa sul migliore stato della società.
Questo discorso, ampliato, fu pubblicato l’anno successivo assumendo la forma compiuta di un vero e proprio programma di educazione permanente, da lui perseguito per tutta la vita. Si intitolava: Dell’influenza delle arti e delle scienze sull’incivilimento e di questo sul migliore stato della società.

Filopanti, come era naturale per un uomo dotato di tale ispirazione universalistica, si era presto avvicinato alla Massoneria; la data esatta della sua iniziazione non è nota, comunque frequentò e animò i più importanti circoli cittadini (Circolo Felsineo, Circolo Nazionale, Circolo Universitario Democratico) assieme a personaggi di spicco e notoriamente appartenenti all’Istituzione Massonica, quali Zanolini, Audinot, Agucchi e altri. I circoli cittadini erano associazioni con finalità culturali, naturalmente, ma erano animati e sostenuti da Massoni che così riuscivano a diffondere le loro idee occultandosi alla occhiuta censura papalina.

La vicenda umana di Filopanti è strettamente legata alla vicenda politica: nel 1846 partecipò al generale entusiasmo per l’ascesa al soglio pontificio di Pio IX, da cui si aspettava un’intensa opera riformatrice per migliorare le condizioni di vita degli abitanti della provincia, risolvendo gli annosi mali: ignoranza, miseria, disoccupazione. Tra il 1847 e i primi mesi del 1848 fu a Roma per studiare la fattibilità di una ferrovia Roma – Civitavecchia e al rientro a Bologna salì alla cattedra di Meccanica e Idraulica, conseguita con molto impegno e sacrificio data. l’opposizione che aveva incontrato nell’ambiente universitario. Partecipò attivamente ai moti scatenati dalla rivolta dell’8 agosto 1848 e successivamente, nel 1849, fu inviato a Roma come rappresentante alla costituente della Repubblica romana. Filopanti partiva da posizioni neo-guelfe, aveva salutato con favore l’elezione al soglio pontificio di Pio IX, poi progressivamente si era avvicinato al credo mazziniano ed era diventato repubblicano. Fu segretario della costituente romana e propose alcuni articoli che furono giudicati estremamente avanzati, socialisteggianti addirittura perché vi si parlava apertamente di “classi sociali”, termine che fu ridimensionato con un più anodino “cittadini”.
Quando la Repubblica romana fu sconfitta, fu l’ultimo a lasciare la sala del consiglio, in Campidoglio, dove aspettò con l’immancabile cappello a cilindro e il bastone, l’arrivo dei Francesi per consegnare al generale Lamarre una protesta ufficiale in cui contestava il loro intervento che violava l’articolo quinto della Costituzione Francese, articolo che condanna l’uso della forza contro la libertà dei popoli.
Filopanti tornò a Bologna a piedi, impresa sicuramente degna di nota ma non eccezionale per lui, che era un grande camminatore e si spostava prevalentemente con i mezzi propri… In quell’occasione si rifugiò a Cento presso l’amico Antonio Giordani e successivamente raggiunse, sempre a piedi, Livorno dove ottenne un imbarco per espatriare negli Stati Uniti.
Nel 1849 quindi si chiude una prima fase della vita di Quirico Filopanti, Quella dello sviluppo della sua idea di partecipazione al progetto risorgimentale di affrancamento delle popolazioni dal potere temporale della Chiesa e in generale da tutte le tirannie. L’esilio durò fino al 1859, dieci anni vissuti tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra in condizioni sovente di indigenza: in questo periodo avviene anche il distacco dalla moglie Enrica, da lui sposata nel luglio del 1848 e che gli era stata al fianco sia durante l’insurrezione di Bologna sia nel periodo della Repubblica romana quando aveva servito come infermiera negli ospedali da campo. Al momento della sconfitta, anche la moglie tornò verso Bologna per vie diverse, probabilmente per non dare nell’occhio. Sappiamo che Enrica era incinta, non sono note le cause della morte della figlioletta che portava in grembo: sappiamo che il marito scriveva molto raramente e che ella se ne lamentava con l’amico fidato Giordani. Probabilmente, la condizione di miseria in cui Filopanti versava lo rendeva come dice gli stesso estremamente restio a scrivere per dare sue notizie.
Nel periodo trascorso in America, visse prevalentemente a Providence, nel Rhode Island, da cui spesso raggiungeva New York per incontrarvi Garibaldi e altri fuoriusciti italiani. Dopo tre anni, per motivi non noti, forse su istigazione dello Stato di Sardegna cui erano sgradite le sue simpatie mazziniane, fu espulso dagli Stati Uniti e si trasferì a Londra, dove visse fino al 1859.
Furono anni difficili, caratterizzati dalla continua precarietà economica, ma si trattò anche di un periodo di grande attività intellettuale. Teneva conferenze in inglese di divulgazione, trattando temi vari: storia antica, filosofia, astronomia. Pubblicò saggi di storia e iniziò a interessarsi “alle strane coincidenze di date” delle rivoluzioni, a partire da quella di Roma antica fino a quella italiana. Lavorò a diverse invenzioni, quali il motore elastico, il teleriscaldamento, un tunnel sotto la Manica, idee assolutamente rivoluzionarie e avveniristiche.
Ma l’opera più impegnativa, quella a lui più cara, in cui confluivano scienza e teologia, a formare un complesso sistema filosofico che si proponeva come una nuova religione sincretica, una religione razionale rispettosa della scienza e utile allo spirito delle masse, fu Miranda Il libro ebbe una genesi travagliata e fu stampato in più riprese, a spese dell’autore, tra il 1858 e il 1860.
Il titolo definitivo fu: Miranda. A book divided into three parts entitled Souls, Numbers, Stars, on the neo-Christian religion with confirmations of the old and new doctrines of Christ. From wonders hitherto unheeded in the words and divisions of the Bible in the facts and dates of history and in the position and motions of the celestial bodies.
Il libro è diviso in tre parti, raccolte in due volumi. Il sottotitolo del primo volume (comprendente le parti Souls e Numbers) era: Miranda! A book on wonders hitherto unheeded.
Pur ridimensionato rispetto ai progetti dell’autore, è un libro molto ambizioso: si propone di fondare una neo-religione di ispirazione cristiana “una religione divina della ragione, della libertà e della fratellanza”. Osservando il cielo e studiando la storia, meditando e tenendo insieme la filosofia e le scienze matematiche, capisaldi essenziali della sua formazione culturale, Filopanti è convinto di avere trovato il legame fra l’Universo e le vicende umane. La forma migliore per diffondere il disegno divino, che pensa di avere decifrato nel cielo dell’esilio, è quella di una nuova religione. Operazione eccentrica certo, ma non troppo lontana da quella che pochi decenni prima era stata sperimentata nella Francia rivoluzionaria.

E’ forse l’opera di Filopanti meno studiata, sia per la difficoltà del testo, sia per la complessità dei concetti espressi dall’autore. Ma deve la sua notorietà ad alcuni paragrafi che introducono, per la prima volta in assoluto, un concetto rivoluzionario, un nuovo modo di concepire il tempo: la suddivisione della superficie terrestre in fusi orari.
Si trattava della soluzione genialmente semplice di un problema complesso: l’esigenza di unificare il tempo, creando un tempo universale. Per comprendere questo concetto, occorre calarsi nelle problematiche di quell’epoca, in cui il tempo scandito dai rintocchi del campanile, diviso in ore locali, stava diventando stretto a un mondo in rapida evoluzione: il treno (bello e orribil mostro di carducciana memoria), il piroscafo e il telegrafo, permettevano di viaggiare e comunicare in tempi rapidi, come mai era avvenuto in precedenza. Tuttavia, in assenza di un tempo uniforme, chi partiva in treno per un lungo viaggio avrebbe avuto difficoltà a indicare l’ora in cui sarebbe arrivato in un paese lontano. In una nazione delle dimensioni degli Stati Uniti gli orari ferroviari presentavano gravi difficoltà di coordinamento, causando perdite di profitto: tutto ciò si ripercuoteva in primo luogo sull’economia, ma poteva pure creare inconvenienti in campo militare. Era dunque indispensabile adottare anche per il tempo, come per le misure, uno standard che sostituisse la moltitudine delle ore locali. Il tema della misurazione del tempo divenne così argomento di dibattito scientifico e politico, la cui eco riverberava sui giornali statunitensi proprio all’epoca dell’esilio di Filopanti in quel Paese.

Si cominciò allora a considerare la possibilità di istituire un tempo universale, valido per tutti i Paesi: ma se il tempo locale rendeva difficili gli scambi, il tempo unico universale sarebbe stato percepito come innaturale nella vita quotidiana. Infatti, per alcuni paesi, ad esempio, sarebbe stato mezzogiorno all’alba, per altri a notte fonda.
In Gran Bretagna si istituì un tempo unico valido per le stazioni ferroviarie, sul quale si regolava l’orario del treno; l’ora della ferrovia era comunicata con un segnale elettrico ed era costante, mentre il tempo all’esterno delle stazioni era quello locale, con discrepanze più o meno accentuate a seconda della località. Si poneva l’esigenza di un’unificazione.
Filopanti, da ingegnere e uomo del Risorgimento, era molto aperto alle tematiche dell’ innovazione tecnologica; si era interessato di ferrovie in Italia (ne aveva progettata una) e, mentre fuggiva a piedi lungo la valle del Reno, “cercava un percorso per una linea ferrata tra Bologna e Firenze”, come scrisse all’amico Giordani nel 1849 , e condivideva l’idea di un tempo unico per “l’astronomia, per le relazioni internazionali, per i telegrafi, per le navi, per le ferrovie”, ma contemporaneamente proponeva di adottare per la vita quotidiana una soluzione intermedia fra il tempo locale e quello universale: un sistema facile e immediato per il confronto dei tempi locali.
Il sistema dei fusi orari è descritto nel paragrafo 1275 di Miranda!: Filopanti propone di suddividere longitudinalmente il globo terrestre in 24 zone o fusi, delimitati da due meridiani; all’interno di ogni area sarebbe stata adottata un’ora media, mentre la differenza d’orario fra un’area e l’altra sarebbe stata di un’ora. Procedendo verso Occidente, si sarebbe aggiunta un’ora per ogni fuso.
Questo concetto è espresso in un breve paragrafo e si impone, come molti concetti geniali, per la sua assoluta semplicità.
Sviluppando la proposta in un’opera successiva, L’Universo,
all’inizio degli anni ‘70, Filopanti scriveva: “Converrebbe stabilire un sistema di coincidenza per le ore dei diversi luoghi; un sistema il quale fosse semplice e bello, condizione necessaria perché egli sia facilmente appreso; utile e comodo pei viaggiatori, e pei telegrafi, e che servisse ancora al nobile ed elevato intento di ricordare agli uomini, che, malgrado la necessaria distinzione da città e città, da nazione a nazione, essi non debbono considerarsi come attendati in campi rivali od ostili, ma quali membri di una sola grande famiglia”.

I fusi orari nella visione universalistica di Filopanti presentavano anche una valenza etica, e proprio per questo come meridiano di riferimento Filopanti proponeva il meridiano del Campidoglio, che aveva il valore di un richiamo storico al glorioso passato di Roma e al tempo stesso non alimentava le rivalità fra le grandi potenze, data la posizione secondaria allora rivestita dalla capitale dello Stato della Chiesa.
I fusi orari per Filopanti erano solo il tassello di un progetto assai più ampio. Si trovano descritti in Numbers, la seconda parte del primo volume di Miranda!, dove Filopanti studia e confronta i calendari di tutte le epoche e civiltà e che avrebbe dovuto portare all’adozione di una riforma del calendario di grande portata: il Calendario Futuro. Questo sarebbe stato diviso in dodici mesi di trenta giorni, a loro volta suddivisi in tre decadi, con giorni festivi il primo ed il sesto giorno di ogni decade, i giorni lavorativi sarebbero stati ridotti, ma “se però i giorni di riposo e di ritrovo comune dei cittadini saran messi a profitto per innalzare il loro livello intellettuale, politico e morale, cose di gran lunga più importanti che il risparmio di qualche tonnellata di carbone”, la produzione industriale sarebbe sicuramente aumentata. Tutti “avranno maggiore campo di spirare la pura aria di libertà…godranno maggiori facilità di istruirsi…di esercitare i propri diritti, ed adempiere ai propri doveri infine, come cittadini dell’immenso universo coltivare i sentimenti e doveri di una verace ed elevata religione”.

Sappiamo che la proposta di Filopanti cadde inascoltata e che il sistema dei fusi orari fu ufficialmente presentato dal canadese Sandford Fleming nel 1878, salutato come un’assoluta novità. Occorsero ancora vari anni prima che lo Standard time si imponesse, portando progressivamente tutto il mondo nel sistema dei fusi orari che oggi ci appare tanto semplice e intuitivo.

Forse i tempi non erano maturi quando Filopanti pubblicò Miranda!, oppure egli non ebbe l’idea di appoggiarsi ad ambienti industriali interessati alla sua invenzione, come accadde per Fleming che fu sostenuto da grandi compagnie ferroviarie.
Al suo rientro in Italia, nel 1859, Filopanti si immerse nuovamente nel dibattito politico, ebbe vicissitudini nella carriera universitaria, si dedicò alla divulgazione scientifica con lezioni pubbliche di astronomia rimaste memorabili, che coinvolgevano centinaia di persone con il naso all’aria nelle notti serene in Piazza Maggiore.
Fu tra i fondatori della Società Operaia e promosse corsi di istruzione, propugnando l’istituzione di scuole tecniche sul modello dei Mechanic’s Institutes da lui visitati negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Portò una ventata di freschezza nelle aule universitarie, conducendo gli studenti a visitare fabbriche e opifici, chiedendo laboratori per permettere loro di mettere in pratica gli insegnamenti impartiti (si conservano i testi delle sue lezioni che testimoniano il suo inesausto amore per la didattica)
Ebbe ancora voglia di gettarsi nella mischia in prima persona e indossò la camicia rossa combattendo con Garibaldi, che lo stimava e lo chiamava il professore dell’infinito. Il suo nome è il primo nella lista dei volontari, come testimonia il registro d’arruolamento conservato alla Società Operaia, all’età di 54 anni. Combatté in Trentino nel 1866 e, nel 1867, partecipò alla spedizione nell’Agro Romano, in cui mise in opera un sistema di barricate mobili da lui progettate che, seppur utili nella battaglia di Monterotondo, non riuscirono ad arrestare la soverchiante potenza dei Francesi, che chiusero la stagione garibaldina con la sconfitta di Mentana.
Filopanti fu eletto consigliere comunale di Bologna nel 1867 e la carica gli venne riconfermata fino alla morte; dal 1871 fu consigliere provinciale per il mandamento di Budrio, riconfermato fino al 1894, anno della morte.
Nel 1876 fu eletto alla Camera dei Deputati, dove occupò i banchi della Sinistra e fu riconfermato nelle legislature successive fino al 1890. Non eletto nel 1890, tornò a Montecitorio nel 1892. Nella sua veste di parlamentare affrontò i temi legati ai diritti di libertà e alla questione sociale.
Sappiamo che era iscritto al piè di lista della Loggia “Concordia Massonica”, di cui fu uno dei fondatori nel 1860 e in cui rivestì il ruolo di Oratore. Nel 1866 è presente nella Loggia “Felsinea”, fondata da Carducci ed animata da personaggi di spicco dell’ambiente democratico bolognese. Quando fu eletto deputato, frequentò a Roma la Loggia “Nazionale Propaganda Massonica”, della quale facevano parte Massoni che non potevano o non volevano “per la loro profana posizione, frequentare mai, o quasi mai, i lavori delle Officine delle città di residenza“. Tra essi anche attivisti politici e parlamentari bolognesi, quali Filopanti, Ceneri, Oreste Regnoli, Agostino Bertani, Aurelio Saffi.

Filopanti era un uomo profondamente immerso nella corrente del suo tempo, un tempo avventuroso e pieno di speranza nel futuro e nell’Umanità. Per questo, si curò poco della ricchezza, del possibile sfruttamento delle sue invenzioni, della carriera universitaria definitivamente gettata alle ortiche nel 1868 per solidarietà a Carducci e altri professori, sospesi dall’insegnamento per aver espresso pubblicamente un indirizzo augurale a Mazzini.
Considerato un personaggio di spicco, amatissimo dal popolo che lo chiamava professour, immortalato sul giornale satirico “Ehi! Ch’al scusa”, visse in condizioni di precarietà per tutta la vita, preoccupandosi solo di riuscire a stampare le sue numerose opere.
Per tale motivo, ammalatosi nel 1894, fu ricoverato all’Ospedale Maggiore dove ebbe una camera singola per interessamento di alcuni generosi amici. La città seguiva la sua degenza con il fiato sospeso, i giornali cittadini pubblicavano quotidianamente i bollettini medici. Si spense il 18 dicembre 1894 ed ebbe funerali solenni, seguiti da una folla immensa che voleva onorare il Professore dell’Infinito.
Lo ricordano un monumento di Tullio Golfarelli, eretto nel 1913 sull’omonima piazza di Budrio per volontà del sindaco e futuro Gran Maestro del GOI, Ugo Lenzi, che dettò le tre epigrafi sul basamento; un tratto dei viali di circonvallazione di Bologna (viali dedicati a Massoni che si distinsero nei diversi campi del sapere), su cui si affaccia l’Istituto di Matematica. Poche città, tra cui Roma, gli hanno dedicato una via.
La figura di Filopanti è ormai poco nota in Italia, la sua invenzione dei fusi orari è passata sotto silenzio; eppure, alcuni anni fa la Apple ha chiamato “Filopanti” una delle sue applicazioni per l’I-phone, dedicata appunto al reperimento rapido dell’ora corrente in più di mille Paesi e ora sull’App Store appare una nuova versione di convertitore di fusi orari dall’evocativo nome di Miranda.
Infine, l’asteroide 216387, nell’immensità degli spazi siderali, eleva il nome di Filopanti al di sopra della breve e irriconoscente memoria degli uomini: per sempre e veramente il professore dell’infinito!

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