Seneca

Recensione del libro di EMILY WILSON, “Seneca. Biografia del grande filosofo della classicità”. Mondadori Libri S.p.a., 2016, Milano, pagg.1-310.

Il volume “si propone di dipanare il complesso rapporto fra la produzione letteraria di Seneca e gli eventi e gli atti della sua vita” (pag.29), “deducendo la vita dall’arte o ricorrendo all’arte per illustrare e investigare la vita” (ivi).
Con questa precisazione. Che, mentre la vasta produzione letteraria di Seneca è nota sia pure soltanto a metà, posto che l’altra metà è andata perduta (pag.12), non molto si sa, invece, della sua vita. I suoi scritti, infatti, pur conservando costantemente l’eco di avvenimenti biografici, non ci restituiscono, però, mai una sua immagine completa (pag.29 cit.). Con il risultato che la biografia di Seneca finisce per concentrarsi “in particolare su un paio di decenni della piena maturità, quelli in cui egli compose quasi tutte le opere tramandateci e per i quali, a causa del suo coinvolgimento con Nerone, abbiamo riferimenti in altri autori” (pag.12 cit.).
La scelta – come recita il sottotitolo – del “grande filosofo della classicità”come soggetto della biografia è poi motivata dall’Autrice, oltre che dal profondo fascino di Seneca come scrittore e filosofo rimasto inalterato nel tempo e nello spazio, pure dalla sua straordinaria modernità.
La pratica quotidiana dell’auto-analisi di Seneca è, infatti, una anticipazione della moderna terapia del lettino psicoanalitico.
La stessa ansia di Seneca di conservare la propria integrità morale in situazioni orribili lo rendono nostro coevo, visto che quella preoccupazione si è riscontrata pure in indimenticabili tempi recenti, che hanno conosciuto il tormento di scelte estreme, quali il ribellarsi o l’uccidere o collaborare con un regime oppressivo e omicida: scelte, purtroppo, ancora attuali in molti paesi, fortunatamente, diversi dal nostro.
Per non aggiungere ancora che la nostra epoca, con le sue spaventose disuguaglianze e con l’abituale ricorso al “panem et circenses” televisivo, per molti versi ricorda quella in cui visse Seneca.
In questo quadro di riferimento, succintamente richiamato, si sviluppano i quattro capitoli nei quali si suddivide l’opera, completata da un’utile cronologia della vita di Seneca (da pag.279 alla pag.281 compresa), da un vasto corredo di note (da pag. 283 a pag.291), da una bibliografia imponente (da pag.295 a pag.301), preceduta da alcune “Ulteriori letture” consigliate dall’A. perché “Questo è un buon momento per leggere Seneca in inglese” (pag.293). Il volume si conclude con un “Indice dei nomi”, molto utile.
Seneca intraprese la carriera politica a trenta cinque anni. Una età piuttosto avanzata secondo le consuetudini romane. Il suo “cursus honorum” fu, però, straordinario.
Questore, senza avere mai prestato il servizio militare per i prescritti dieci anni, senza avere mai raggiunto l’ugualmente richiesto grado di generale (pag.79), nel 56 divenne console. L’incarico durò “appena qualche mese” (pag.140), ma fu ufficio importante perché proiettò Seneca – appartenente alla più modesta classe equestre – nella aristocrazia romana, elevandolo allo stesso status delle famiglie romane più antiche (ivi).
Relegato in Corsica perché, nel 41, fu coinvolto in un intrigo di Messalina, nel 49 rientra a Roma per intercessione di Agrippina, nuova moglie di Claudio, che lo incarica della educazione del figlio Nerone, appena dodicenne.
Seneca lo seguì fino alla ascesa al trono all’età di diciassette anni, ricoprendo, nel contempo, l’ufficio di pretore.
A Nerone, secondo le direttive materne, Seneca insegnò la retorica, non la filosofia ritenuta inadatta ad un futuro imperatore (così Svetonio, Vita di Nerone,52).
I risultati di codesto insegnamento non furono però brillanti. Tanto che, quando Nerone divenne imperatore, fu Seneca a scrivergli tutti i discorsi, pure quelli più spinosi.
Gli incarichi, che Seneca svolgeva a Corte, erano del tutto informali. Il suo compito precipuo era quello di svolgere pubbliche relazioni, id est di consolidare la posizione dell’imperatore, tanto a Palazzo, quanto presso il popolo romano nel processo di deificazione dell’imperatore.
Brenno sostenne il nuovo imperatore con la spada. Seneca con la parola. A livello di potere e di influenza, Seneca, col tempo, divenne, di fatto, la guida dello Stato.
Ma Nerone, dopo i primi cinque anni di governo assennato, manifestò l’intenzione di governare da solo. Eliminò, pertanto, via via, prima la madre, poi la sposa, così come, in precedenza, aveva fatto assassinare il fratellastro Britannico, sempre con il silenzio, se non con la complicità di Seneca, che, impossibilitato a svolgere una qualsiasi azione moderatrice, finì di ritirarsi gradualmente dalla vita pubblica, per dedicarsi agli studi e alla meditazione.
Coinvolto nel 65 – probabilmente senza avervi partecipato – nella congiura di Calpurnio Pisone, Nerone ne decretò la morte.
Seneca, con animo fermo, provvide a togliersi la vita con un suicidio esemplato su quello di Socrate, senza, per altro, secondo l’Autrice, riuscire nell’intento (pag.250 e ss.).
Seneca è stato uno scrittore oltremodo prolifico, oltre che dallo stile caratteristico.
Prolifico, se si considera la sua enorme produzione letteraria, la cui metà, come sopra si è detto, è andata perduta. Così come sono andati perduti i suoi discorsi politici, le lettere private, gran parte degli scritti in versi, i saggi sull’India e sull’Egitto, nonché un trattato giovanile sui terremoti, un libro sul padre, e un dialogo sul matrimonio.
Dallo stile caratteristico, per le sue frasi tutte costruite su sintesi e simmetrie, brevi, puntute, come ha acutamente osservato Ivano Dionigi, nel suo prezioso saggio “Il presente non basta” – La lezione del latino – 2016, Mondadori Libri S.p.a., Milano, “segno della frattura, che si era creata con l’avvento del Principato che aveva azzerato ogni gerarchia” segno “della ricerca di un nuovo equilibrio” (ivi, pag.45).
Oltre che fra i suoi contemporanei e già famoso in tutta l’antichità, la fortuna di Seneca scrittore è sopravvissuta nei secoli successivi, come autore pagano pronto per la conversione al cristianesimo (pag.262 e ss.), come maestro di etica (pag.265) e di stile (influenzò profondamente Michel de Montaigne-pag.268), come filosofo stoico con la sua affermata capacità umana di conquistare la felicità senza interventi esterni soprannaturali, fonte di ispirazione di Descartes, Rousseau, Diderot (pag.270), infine, anche come drammaturgo, visto che le sue opere teatrali, nei secoli XVI e XVII, ebbero una influenza enorme sulla drammaturgia europea, in generale, (pag.273 e ss.) e britannica, in particolare. Anche se, secondo l’A., che, sul punto segue Eliot (citato a pag.275), fu modesta sul teatro elisabettiano e su quello shakesperiano.
Col romanticismo, si ebbe una caduta dell’interesse e della ammirazione per il suo teatro, ritenuto troppo retorico e truce; ma, come ci piace aggiungere, l’eco di Seneca tragico si rifece sentire nel Novecento, per esempio, nella Fedra di G. d’Annunzio.
Seneca, come filosofo, si riconobbe nello stoicismo, un movimento che si proponeva di offrire una prospettiva di felicità individuale in un periodo di grandi sconvolgimenti sociali.
In Seneca la filosofia diventa norma morale, impegno che si acquisisce e si sviluppa con l’esercizio quotidiano per una ricerca della virtù, che è vittoria sulle passioni, che è lo stato del sapiens, ossia di colui che ha realizzato pienamente la sua natura razionale, che nulla spera e nulla teme perché nulla conta davvero, tranne la virtù.
Impegno da attuarsi in un quadro di cose celesti per attingere ad una visione più ampia e sublime, dalla cui altezza è più agevole contemplare, con mente libera, non solo l’universo, ma anche se stessi, la propria anima, la propria vita, perché, per l’uomo, è cosa spregevole non innalzarsi al di sopra delle cose umane.
Lo studio della natura diventa così il mezzo per sfuggire non soltanto dai mali del mondo, ma anche da se stesso, che è la forma suprema di liberazione.
In questo quadro generale di riferimento della dottrina stoica, Seneca presenta però anche note di profonda originalità.
Accentua così gli spunti religiosi dello stoicismo riconoscendo la onnipotenza di Dio e la sua presenza nella coscienza umana, considerata come fondamento esclusivo della vita morale, speranza nella vita ultraterrena.
Seneca rivela inoltre una profondità sorprendente di penetrazione psicologica, rivelandosi così uno studioso profondo dell’anima umana.
Occorre ora richiamare la cortese attenzione del lettore su di un argomento specifico per la particolare novità con la quale è trattato da Seneca.
I filosofi della Stoà avevano una considerazione del tutto negativa della compassione, in quanto considerata come una sorta di cedimento al massimo rigore predicato.
Seneca, alla luce della politica romana, ne valorizza, invece, il concetto, argomentando che la clementia non è l’opposto della giustizia, quanto, invece, della crudeltà.
Da qui un valore riconosciuto come del tutto positivo perché la compassione, in quest’ottica originale, diventa una componente essenziale della concezione stoica di humanitas.
In forza di questo ragionamento, Seneca la raccomanda a Nerone con un insegnamento del tutto opposto a quello di Machiavelli che ritiene, invece, del tutto errata l’idea che un governante debba essere clemente.
Seneca è il cantore del tempo: l’unico nostro vero ed autentico possesso. “Tutto, o Lucilio, è al di fuori dell’uomo: solo il tempo è nostro” (Lettere 1,3). Per questo, il bene più prezioso.
In quest’ottica assume il massimo valore la centralità del presente. Il solo tempo, che esiste, secondo l’insegnamento del maestro stoico Crisippo.
Il che poi motiva il successo di Seneca presso i giovani e, più in generale, nel tempo presente, che non conosce altro di diverso dall’attimo dell’oggi.
Questa concezione senecana del tempo – possesso che ti abbandona e scivola via (“res fugax ac lubrica”) – illumina e riscatta l’idea della morte, per la quale l’uomo, lo voglia o no, deve avere tempo perché la morte è un atto squisitamente personale.
Sulla morte Seneca torna con frequenza ossessiva, anticipando di molti secoli l’idea, centrale in Heidegger, secondo la quale l’uomo è un essere per la morte.
Secondo Seneca, si muore ogni giorno (“cotidie morimur”).
Abbiamo perso l’infanzia, poi la fanciullezza, poi la giovinezza. Ogni giorno lo condividiamo con la morte perché tutti siamo conservati per la morte.
La vita viene perciò intesa come una marcia di avvicinamento alla morte, che ci prende al rallentatore.
Il che è visione originale, e possente insieme, perché insegna che la morte non è davanti a noi, ma gran parte della morte appartenendo, invece, già al passato.
Nella Epistula a Lucilio 75,4 Seneca aveva ingiunto all’amico di non tralignare mai alla regola della piena consonanza tra le parole e il proprio comportamento (“Concordet sermo cum vita”).
Nella propria esistenza, Seneca era stato, però, tutt’altro che coerente al proprio insegnamento.
All’elogio scritto della vita ritirata si contrapponeva, infatti, la vita pubblica ai più alti livelli, fino al punto di divenire l’uomo più potente dell’impero.
Nei suoi scritti aveva espresso giudizi recisamente negativi sulla ricchezza. Attraverso l’usura, praticata abitualmente, e i donativi ricevuti da Nerone a premio dei suoi servizi, aveva, invece, accumulato enormi ricchezze, trecento milioni di sesterzi, che facevano di lui un super-ricco (“praedives”), come lo definì Marziale.
Filosofo stoico austero, Seneca critica duramente il lusso, denunciandone la vacuità, ma, a corte, vive in quello più sfrenato.
Seneca rivendica la propria indipendenza, ma, di fronte ai superiori, abbassa la voce.
In tutti i suoi scritti, mostra una aspirazione illimitata alla virtù. Nel concreto, si pone, però, al servizio di un sovrano assassino del fratellastro, della madre, della sposa.
Inneggia alla gratitudine, ma si dimostra sommamente ingrato nei confronti della sua grande benefattrice Agrippina che, dopo di averlo fatto rientrare dall’esilio in Corsica, gli spalanca le porte della Corte, affidandogli l’educazione del figlio Nerone, che la farà poi uccidere nel silenzio di Seneca: un silenzio complice perché, chi non si oppone, non parteggia per vittima, ma per il carnefice.
A chi lo accusa di scrivere parole più virtuose della sua vita, Seneca obietta che l’accumulo dei beni materiali non dipende dalla sua cupidigia, ma dal mero desiderio di suscitare ammirazione.
I beni sono simboli del potere sociale. L’importante, argomenta Seneca, è che si riesca a non fare mai dipendere la propria felicità dalla ricchezza, figlia della sorte.
Ammette di essere sepolto sotto un cumulo di vizi; ma esalta lo sforzo di vivere secondo gli ideali stoici, togliendo “ogni giorno qualcosa” ai propri “difetti”, riproverandoli aspramente (la Vita felice 17, 3-4), per concludere che, solo quando avrà raggiunto la meta proposta, si potrà pretendere che le sue azioni “corrispondano” alle sue “parole” (ivi, 24,4).
Il processo, principiato con Seneca in vita, dura inalterato da due mila anni con illustri accusatori, fra i quali, i non citati Agostino (La città di Dio 6,10 “curava quello che rimproverava, faceva quello che criticava, adorava quello che condannava”), Herman Melville (“nel busto di Seneca vediamo un volto che somiglia molto più a quello di un corrucciato usurario”) e l’amato Petrarca (Le familiari 24,5 “cosa sei rimasto a fare, penoso vecchio, con un allievo disumano e sanguinario, con una compagnia così diversa da te?”).
L’Autrice – da pag.153 e ss. – affronta questa questione spinosa, per certo, quella più controversa nella vita di Seneca, con giudizi equilibrati e notazioni psicologiche appropriate.
Al recensore sembra, tuttavia, che, alla accusa di doppiezza e incoerenza fra il suo dire e il suo vivere Seneca, ai suoi detrattori di ieri e di oggi, abbia risposto con un gesto definitivo e risolutivo: il suo suicidio, che, sicuramente, ha raggiunto la piena concordanza fra il sermo e la vita “Esemplare l’uno e, alla fine, esemplare l’altra” (così Dionigi, Il presente non basta cit.pag.69).
L’Autrice – laureata in lettere classiche a Oxford e Yale – Associate Professor presso il Dipartimento di studi classici dell’Università della Pennsylvania – ha una sicura padronanza dell’argomento prescelto, trattato, dunque, con competenza, oltre che con una scrittura semplice e piana, sempre di gradevole lettura.
Il merito principale dell’opera, all’estensore di queste note, sembra, tuttavia, essere quello di avere riportato all’attenzione, non solo degli specialisti della materia, una vita affascinante proprio perché emblematicamente contradditoria, un conflitto irrisolto in una tensione continua verso una risposta conseguita solo al termine della esistenza.
Il che rende Seneca davvero un nostro contemporaneo.